EAT JUST

 

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A Singapore, primo Paese al mondo, è consentita la vendita della carne creata in laboratorio: una svolta senza precedenti, che potrebbe rappresentare il trampolino di lancio per la sua diffusione su scala globale.

Mentre a Tel Aviv è stato da poco inaugurato il primo ristorante che serve carne di pollo creata in laboratorio, Singapore è ufficialmente il primo Paese al mondo in cui è consentita – grazie all’approvazione da parte della Singapore Food Agency (SFA)  – la vendita della cosiddetta “clean meat”. Protagonisti di quella che viene considerata una svolta epocale per l’industria della carne in vitro sono i nuggets creati dalla start up Eat Just, che ha sede a San Francisco ed è già nota per la produzione dell'”uovo vegetale” Just Egg. Come nel caso della carne servita nel ristorante israeliano, non parliamo di un prodotto vegetale che imiti i tessuti animali, ma di vere e proprie cellule animali coltivate in laboratorio.

L’SFA ha ritenuto sicura per il consumo umano la carne creata dalla start up, aprendo così la strada a Eat Just per lanciare il nuovo marchio GOOD Meat. L’azienda ha messo in commercio dallo scorso 19 dicembre i suoi prodotti – che vedranno presto un ampliamento della linea – che per il momento sono destinati ai ristoranti, ma che presto saranno accessibili anche ai rivenditori. Singapore è per Eat Just la prima tappa di un lungo viaggio, che vede gli Stati Uniti come prossimo mercato in cui rivendere la “carne del futuro”.

Commenta così la notizia Josh Tetrick, co-fondatore e CEO di Eat Just: “Singapore è da tempo leader nell’innovazione in tutti i settori, e ora è leader mondiale nella costruzione di un sistema alimentare più sano e sicuro. Sono sicuro che l’approvazione per la vendita della carne coltivata a Singapore sarà la prima di molte, e coinvolgerà presto i paesi di tutto il mondo. Lavorando in collaborazione con il settore agricolo e con politici lungimiranti, aziende come la nostra possono aiutare a soddisfare la crescente domanda di proteine ‚Äč‚Äčanimali, considerando che la popolazione mondiale crescerà fino a 9,7 miliardi entro il 2050“.

Carne coltivata in vitro: perché è una svolta?

Come abbiamo avuto modo di ribadire più volte, la carne coltivata non è vegana. È fondamentale allontanare l’idea che si tratti di un alimento pensato per vegetariani e vegani nostalgici, perché il target di riferimento per questi prodotti sono le persone che mangiano la carne e non vogliono rinunciarvi. Questo è il punto chiave della questione, ed è questa la ragione per cui non ci sentiamo di condannare in toto la carne in vitro, seppure non sia un prodotto in linea con i principi della filosofia vegan.

Chi non vede nella “clean meat” un’importante opportunità di cambiamento, ha forse una visione parziale del problema legato al consumo di carne, ma anche dei consumatori stessi. Non tutti sono vegani o hanno intenzione di diventarlo; è un dato di fatto, per quanto le tematiche etiche e ambientali siano sempre più stringenti. Rimangono – e forse rimarranno sempre – consumatori che “vogliono” mangiare carne. Indipendentemente dalla questione etica e ambientale. Per questo, l’industria alimentare deve necessariamente rispondere alla domanda di carne di questa fetta di consumatori che, lo ricordiamo, a oggi sono ancora la maggioranza nel mondo.

La carne in vitro, insieme alla cosiddetta fake meat, può rappresentare una soluzione a moltissimi problemi ambientali ed etici legati al nostro sistema alimentare. Il suo impiego su larga scala potrebbe contribuire a evitare la macellazione di più di 70 miliardi di animali ogni anno, permettendo di risparmiare un’enorme quantità di risorse naturali ed evitare l’emissione di una grande quantità di gas serra. Alcune stime suggeriscono che l’industria del bestiame produca il 51% di tutti i gas inquinanti derivanti dalle attività umane.

L’interesse per la carne “pulita” e il successo della fake meat, si contrappongono all’opposizione da parte dei detrattori di questi prodotti. Questo “scontro” porta inevitabilmente a porsi delle domande su cosa significa veramente la carne nella nostra cultura. Melanie Joy, psicologa americana e attivista per i diritti animali, definisce “carnismo” la nostra abitudine a consumare carne, retaggio di una tradizione millenaria che la considera da sempre un alimento fondamentale per la salute. Cresciamo in una società che vede come naturale, necessario e normale consumare carne e derivati, che diventano spesso anche il simbolo di una cultura e parte integrante di una tradizione culinaria consolidata. Ma quando diciamo che ci piace la carne, di cosa parliamo? Del suo gusto? Della sua consistenza? O piuttosto dell’abitudine che si nasconde dietro al suo consumo, delle tradizioni familiari che associamo a quel determinato alimento?

La carne “pulita” nasce per rispondere a tutte queste richieste, dal momento che è chiaro che non tutti siano disposti a rinunciare agli alimenti di origine animale. Certo, è innegabile che ponga sul piatto della bilancia il quesito etico legato allo sfruttamento degli animali da cui vengono prelevate le cellule staminali. VEGANOK, come Network composto solo da professionisti vegani, è al lavoro da oltre 20 anni per diffondere la filosofia vegan e il rispetto di ogni essere vivente. È chiaro che, se dipendesse da noi, tutti sarebbero vegani per rispetto degli animali e del pianeta.

Ma vivere con il paraocchi non serve e, anzi, può risultare controproducente: in questo momento storico i vegani, anche se in continuo aumento, sono ancora una minoranza rispetto alla totalità dei consumatori onnivori, ed è un dato da cui nessuno può prescindere. Siamo di fronte a un compromesso, forse scomodo ma necessario, e siamo convinti che sarebbe insensato non accettare oggi la carne in vitro e le possibilità legate alla sua diffusione, in attesa di un futuro (incerto) in cui il mondo sia vegano al 100%. Un passo alla volta è il modo migliore per arrivare alla meta.

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