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CESARINO IL GATTO ALBINO

  • Categoria: Racconti
  • Pubblicato: Lunedì, 12 Giugno 2017 00:00
  • Scritto da Maria Grazia Sereni

 

cesarino gatto albino

 È aprile e Cesarino, nato alla fine di febbraio, ha compiuto un mese e mezzo. Gioca con i suoi fratelli – nessuno dei quali è bianco come lui –, succhia avidamente il latte che ogni giorno gli dona più energia ed è felice come solo un cucciolo può essere.

Mamma gatta cerca di tenerlo all’ombra per quanto possibile – i gatti bianchi temono i raggi solari che spesso procurano loro tumori alle orecchie o al naso –, ma non sempre ci riesce a causa della vivacità del piccolo.

La fattoria dove abita la nostra famigliola ospita gatti in quantità che, di tanto in tanto, però diminuiscono.

Circa una volta il mese, infatti, un furgone arriva e carica qualche micio – solitamente una ventina –, paga il dovuto al proprietario della fattoria e se ne va verso destinazioni ignote.

Ma noi, che siamo molto curiosi, vogliamo proprio scoprire che cosa accade ai gatti prelevati.

A due mesi Cesarino è scelto per il mantello candido e stipato in una grande gabbia insieme con altri suoi compagni.

Il furgone miagolante – dentro non c’è acqua e neppure cibo –, dopo un tragitto abbastanza lungo, giunge davanti a una scuola universitaria. Là la gabbia viene scaricata e portata in laboratorio. I gatti sono separati in gabbie più piccole, dove alloggiano da uno a due mici.

È domenica, quindi nessuno si occupa dei poveri animaletti fino al giorno successivo.

Lunedì mattina il laboratorio si anima. Diverse persone con camice bianco si affaccendano intorno alle gabbie. Da una estraggono un micio e lo portano via. I rimanenti lamentano la mancanza di acqua e di cibo con miagolii acuti e disperati.

Quando dalla stanza accanto si leva un improvviso grido di dolore, i gatti in gabbia ammutoliscono tendendo le orecchie. Altri miagolii strazianti invadono l’ambiente, e ora i nostri sfortunati animaletti fiutano odore di sangue e paura.

“Dove siamo capitati?” chiede Cesarino al suo compagno di gabbia.

“Mio nonno mi ha raccontato che un suo lontano nipote era stato venduto a un laboratorio che eseguiva esperimenti con prodotti chimici. Fu torturato in ogni modo: rasato e spalmato con sostanze irritanti, irrorato con gas tossici, obbligato a ingerire alimenti nocivi, irradiato con raggi X e, infine, nei suoi occhi fu inoculato un liquido che gli provocò la cecità di cui soffre tuttora.”

“Mi… mi stai dicendo che anche noi subiremo lo stesso trattamento?” trema Cesarino.

“Beh, non lo so, però quello che ho sentito e odorato mi fa pensare che sia proprio così, purtroppo.”

“E il tuo parente? come ha fatto a liberarsi?” domanda il candido micio speranzoso.

“Non l’ho chiesto a mio nonno. Non credevo che mi sarei trovato in una situazione simile. Se capiterà anche a noi, studieremo qualcosa. Io mi chiamo Harry e tu?”

“Cesarino,” sussurra il Nostro con un filo di voce.

Il corpo esangue del gatto torturato ritorna nello stabulario e viene abbandonato su un tavolaccio. Ha degli elettrodi inseriti nel cervello e dei fili che ne escono in quantità.

I suoi occhi quasi spenti si rivolgono ai compagni di sventura in una muta richiesta di aiuto.

I gatti in gabbia si sono ormai resi conto di trovarsi in una situazione difficile, purtroppo però nessuno di loro ha abbastanza lucidità mentale da pensare a una soluzione.

Nel frattempo un altro gatto è prelevato e portato nella stanza della tortura. Stavolta non si sente nulla per diverse ore finché l’animaletto torna lamentandosi per una brutta ferita all’addome. Anche lui è abbandonato sullo stesso tavolaccio che ospita la prima vittima.

“Che cosa ti è successo?” chiede Cesarino.

“Mi hanno anestetizzato e mi hanno aperto l’addome, poi l’anestesia è terminata, e io sentivo che mi frugavano dentro con degli strumenti metallici. Ora avverto un gran bruciore e non riesco a muovermi.”

Harry e Cesarino si guardano inorriditi.

“Che cosa possiamo fare?” chiede Harry all’amico.

“Io sono giovane e ho poca esperienza. Tu sei più grande di me, quindi cerca di inventarti qualcosa per favore.”

Harry inizia allora a pensare una serie di possibili soluzioni, che quindi riassume così al compagno:

  1. possiamo fingere di star male;
  2. possiamo fingere di essere morti;
  3. quando ci prelevano dalla gabbia, possiamo tentare di fuggire;
  4. possiamo mordere e graffiare le mani che ci vogliono torturare.

“E tu? hai avuto qualche idea?”

“No, Harry, io ho pensato a lungo, ma non mi è venuto in mente nulla. Mi dispiace.”

Frattanto è calata la sera.

Le luci si spengono, le porte si chiudono e ogni rumore cessa. I gatti sono sempre più affamati e piangono il loro forzato digiuno.

Tra i miagolii sempre più veementi a un tratto si fa strada un rumore inconsueto. Ora i mici tacciono nell’attesa che il suono irrompa nella stanza e si presenti. E invece il silenzio torna a regnare per alcuni minuti, quindi il rumore insolito riprende. Poco dopo, la porta dello stabulario si apre con precauzione, mentre una torcia elettrica illumina le gabbie. Poi sono due, tre, quattro in mano a umani nerovestiti e incappucciati.

Cesarino si addossa ad Harry mormorando: “Ho paura!” e spalanca gli occhi sulle figure che nel frattempo stanno aprendo le gabbie, estraendo i prigionieri e ammassandoli in trasportini.

Cesarino trema, non vorrebbe lasciare la sua gabbia, ma Harry lo incoraggia: “Forse ci stanno liberando, quindi non temere e, soprattutto, stai zitto!”

Quando tutti i mici sono sistemati – compresi quelli feriti –, i ladri escono, caricano i trasportini su un furgone in attesa con il motore acceso e ripartono.

Durante il tragitto, nelle gabbie sono introdotti cibo e acqua che spariscono immediatamente.

“Stasera è andata bene, vero? Siete riusciti a portarli via tutti?” chiede l’autista ai quattro compagni.

“Sì, però ce ne sono due malmessi, quindi facciamo tappa dal veterinario, glieli lasciamo e poi andiamo al centro,” risponde uno degli umani nerovestiti.

“Che cosa sarà questo <centro>?” chiede sottovoce Cesarino ad Harry.

“Non lo so. Sono certo però che questi umani non sono perfidi come gli altri. Primo perché vogliono curare i feriti, secondo perché ci hanno dato da mangiare. Quindi stiamo a vedere che cosa succede. Restami vicino piccolo, non perdiamoci di vista: ormai mi sono affezionato a te!”

Di lì a poco il furgone si ferma davanti a un ambulatorio veterinario, dove i due mici feriti sono consegnati nelle mani pietose di un dottore.

“Pensi di riuscire a recuperarli?” chiede un nerovestito.

“Non sono messi molto bene, ma farò il possibile, come il solito!” esclama il primo.

“Tienici informati,” ordina un secondo nerovestito.

E, a un cenno di assenso del veterinario, il furgone riprende la sua corsa. Non molto tempo dopo, il carico giunge davanti a un edificio sul quale una scritta recita <Gattofelice>.

I trasportini sono scaricati, introdotti all’interno e i gatti liberati in due grandi stanze.

A ricevere gli ospiti c’è un’umana di mezza età che si adopera per sfamare i nuovi arrivati e organizzare per loro un soggiorno confortevole, aiutata dai suoi amici nerovestiti.

Una volta terminate le operazioni, la signora vuole conoscere come si è svolta la liberazione.

“Abbiamo iniziato a scardinare il portone,” narra un nerovestito, “poi ci siamo dovuti interrompere e nascondere perché stava sopraggiungendo gente. Una volta che la strada è tornata libera, abbiamo terminato l’opera, quindi siamo entrati e abbiamo infilato gli animali nei trasportini. Per fortuna stavolta c’erano solo gatti, non come la volta precedente che per poco i cani non davano l’allarme.”

“Avete trovato anche dei morti o dei feriti?”

“Morti no, solo due feriti. Li abbiamo lasciati dal veterinario che, speriamo, possa salvarli. Uno era proprio mal ridotto, con la pancia squarciata chissà da quanto tempo. Comunque il dottore ti terrà informata. Hai visto che stavolta ce ne sono di molto giovani? Guarda quel piccolo tutto bianco. Ti sembra sia albino?”

“Credo proprio di sì, hai notato gli occhi? Sono rossi.”

“Bene, ora noi andiamo. Buona vita!”

“Anche a voi e ancora grazie di cuore per tutto quello che fate per gli animali,” sorride l’umana.

(dal libro “Azzurre come il mare” pubblicato nel marzo 2013)