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UNA VITA SENZA AMICI

  • Categoria: Racconti
  • Pubblicato: Domenica, 21 Gennaio 2018 00:00
  • Scritto da Maria Grazia Sereni

EROINA

Anna mostra il suo tesserino e: “Ciao, sono una giornalista di ‘Inquiry’. Posso farti qualche domanda?”

Mino, occhi persi nel vuoto e pupille lievemente dilatate, acconsente a patto che la sua identità non sia rivelata.

“Come hai iniziato?”

“… alcuni miei compagni di scuola mi hanno offerto uno spinello. In un primo momento ho rifiutato, ma quelli hanno cominciato a dire che sono uno che se la fa sotto, che non ho coraggio e altre cose del genere. Un giorno mi sono stufato e ho accettato la sigaretta.”

“Che sensazioni ti ha fatto provare?”

“A dire la verità, non me lo ricordo bene, ma credo fosse un po’ di eccitazione, niente di che…”

“E i tuoi genitori? Non si sono accorti di nulla?”

“Per un anno me la sono cavata solo con gli spinelli che, non essendo molto costosi, mi hanno permesso di farvi fronte con le mie risorse (paghetta, vendita di qualche cellulare dichiarato perso in casa, e roba del genere).”

“In famiglia, nessuno ha mai avuto il minimo sospetto che tu fossi dedito a droghe leggere?”

“No, i miei genitori lavorano entrambi ed è facile sfuggire alla loro sorveglianza: basta non creare problemi! Io allora a scuola andavo discretamente, quindi tutto a posto.”

“E poi? Quando sei passato a droghe più pesanti?”

“Una sera sono stato invitato a una festa in casa di uno che non conoscevo. Tutto è andato bene sino a mezzanotte, dopo è cominciata a circolare dell’eroina in siringa. Io avevo già fumato qualche spinello e non volevo assolutamente bucarmi: sapevo che l’eroina dà una forte dipendenza e che, essendo più costosa, non mi avrebbe permesso di sfuggire ai controlli dei miei. Così me ne sono andato con una scusa e tutto è finito lì. Il giorno successivo, all’uscita da scuola, un mio amico mi dice che il tipo della sera prima mi vuole parlare. Io rispondo che non ne voglio sapere: avevo immaginato di che cosa si trattava. Vado a prendere il motorino per tornare a casa e trovo le due gomme a terra. Mi guardo intorno per scoprire di chi è stata la grande idea e vedo il tipo della sera prima, appoggiato a una BMW, che mi saluta con la mano e mi fa cenno di avvicinarmi.

- Vuoi un passaggio? - mi fa con l’aria più innocente del mondo. Io sento il desiderio di rifilargli un pugno sul muso, ma mi trattengo e accetto il passaggio. Sull’auto il tipo mi propone di accostarmi all’eroina e di procurarmi i soldi spacciandone qualche dose tra i miei compagni di scuola. Io rifiuto.

- Mettiamola così, - mi fa, - se tu collabori, mando a ritirare il tuo motorino e te lo faccio aggiustare così che domani puoi andare a scuola con quello, altrimenti te ne dovrai comprare uno nuovo, perché quello non lo troverai più!

- In che guaio mi sono cacciato? - penso, ma poi mi dico che provare non costa nulla e che posso smettere quando mi pare. Così accetto la proposta, rifiutandomi però di spacciare fino a quando riuscirò a comprarmi l’eroina senza indebitarmi.”

“Da quanto ti fai con l’eroina?”

“Due anni.”

“Il tuo proposito di smettere quando ti andava significa che non ti va ancora o che non ce la fai?”

“… non ce la faccio.”

“Anche stavolta i tuoi genitori non si sono accorti di nulla?”

“I primi tempi riuscivo a racimolare qualche soldo con lavoretti o altro, ma il denaro non era mai sufficiente, così ho cominciato a spacciare in classe. Poi anche quello non bastava più e mi sono ridotto a rubare nella borsetta di mia madre o nel portafoglio di mio padre, finché un giorno sono stato colto in fragrante. Non sapevo che cosa rispondere alle domande dei miei che, alla fine, si sono insospettiti e mi hanno controllato le braccia che erano ormai tutte un buco. Apriti cielo! Mi hanno minacciato di mettermi in una comunità di recupero, di denunciarmi alla polizia, di tenermi chiuso in casa, ma io non riuscivo a reagire.”

“Ti hanno chiesto il motivo per cui hai iniziato queste pratiche?”

“No, erano solo preoccupati per l’opinione dei nostri conoscenti…”

“E adesso come vanno le cose?”

“Vivo come un sorvegliato speciale. Prima mi accompagnavano a scuola e mi venivano a prendere, ma io, appena dentro, me la filavo dalla finestra del bagno per andarmi a comprare qualche dose. Una volta, visto che la mia dipendenza non cessava, hanno scoperto come facevo ad andarmi a procurare l’eroina. Allora, dopo che mi hanno lasciato davanti a scuola, telefonano per verificare se sono veramente in classe o no.”

“Mi ha detto tua madre che ora sei in cura disintossicante. È vero?”

“Sì, però è dura, molto dura.”

“Con i tuoi genitori ti sei chiarito?”

“Chiarito cosa?”

“Hai parlato sulle cause della tua dipendenza?”

“Loro non mi hanno chiesto niente. Vogliono solo che smetta e io cerco di accontentarli, basta che non mi rompano le scatole con le loro menate ‘chissà che cosa diranno i nostri vicini’ o ‘speriamo che i signori Tali o le signorine Talaltre non se ne siano accorti! ’ perché ‘ste cose proprio non le sopporto.”

“Ma tu ti sei mai chiesto perché hai iniziato?”

“Nella mia compagnia tutti lo facevano e io non volevo essere diverso: mi avrebbero escluso e, senza gli amici, che cosa sarebbe stata la mia vita?”