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DANTE E LE BOTTICELLE

  • Categoria: Racconti
  • Pubblicato: Giovedì, 22 Ottobre 2020 00:00
  • Scritto da Maria Grazia Sereni

dante

Mi chiamo Dante e sono un vecchio cavallo in pensione. Come? Non sapete che ci sono pensioni per vecchi cavalli?

Mi trovo in Toscana in un’oasi chiamata IHP (Italian Horse Protection) dove sono arrivato dopo molte vicissitudini.

Volete conoscerle? E io ve le racconto volentieri, tanto ho molto tempo a disposizione.

Nacqui da una madre molto protettiva (scalciò più persone che volevano allontanarmi da lei) dalla quale tuttavia fui sottratto a pochi mesi.

Crebbi in una scuderia, dove mi fu insegnato il trotto, il galoppo, il salto degli ostacoli e così via.

A me tutto quel correre e saltare non piaceva affatto. Mi piaceva riposare e brucare l’erba quelle poche volte che mi permettevano di stare all’aperto. La maggior parte del tempo, infatti, dovevo restare in un ricovero, dove ero solo e da dove cercavo spesso di fuggire (avevo visto come faceva l’inserviente ad aprire la porta e, più di una volta ero quasi riuscito a fare altrettanto, ma, vuoi per una cosa, vuoi per l’altra, non ce l’avevo mai fatta).

Quando fui maturo, mi fecero correre il palio di Siena. Ne avete mai sentito parlare? È una corsa infernale, in mezzo a due ali di gente che urla come forsennata e su una pavimentazione scivolosa e molto, molto pericolosa. Durante quella corsa, Beniamino, un cavallo della mia stessa scuderia, si infortunò gravemente e, seppi in seguito, dovette essere soppresso (ovviamente in un mattatoio!).

Io riuscii a cavarmela con una lieve distorsione a un garretto che, per fortuna, fu possibile curare.

Quell’incidente, tuttavia, fu l’inizio della mia malasorte.

Non essendo più idoneo a corse, gare e quant’altro, fui venduto a un vetturino romano che mi utilizzò per trainare uno di quei mezzi di trasporto chiamato “botticella”.

Tutti i giorni, con sole, pioggia, caldo o freddo, dovevo trainare degli umani in giro per la città e, quando mi fermavo per un qualsiasi motivo, una pioggia di scudisciate scendeva sulla mia schiena.

Di brucare erba non se ne parlava proprio; dovevo nutrirmi di biada che mi era concessa solo la sera, quando il lavoro terminava e io venivo condotto in un posto maleodorante (non era pulito che una volta alla settimana).

Il riposo era molto breve perché terminavo il lavoro la sera tardi e lo iniziavo Il mattino presto.

Non so quanti anni trascorsi in quell’attività, so solo che furono troppi.

Infatti, lo scorso anno, durante una gita fuori porta in cui la botticella era stata caricata con troppe persone, mi venne l’affanno e mi inginocchiai senza riuscire più a rialzarmi. Sulla mia groppa piovvero scudisciate dolorosissime, il conducente del mezzo scese da cassetta e cominciò a propinarmi calci nelle gambe, a tirare la cavezza per indurmi a rialzarmi, ma io non ce la facevo proprio.

Anche i gitanti iniziarono a cercare di sollevarmi, tirandomi persino per la coda, ma fu tutto inutile: dovettero lasciarmi a terra.

Il vetturino era nero di collera perché i gitanti non lo vollero pagare e perché, per riportarmi nella mia stalla (il termine stalla è intenzionale), avrebbe dovuto far intervenir un furgone per il trasporto di cavalli.

Così pensò che sarebbe stato meglio lasciarmi dov’ero, sperando che, una volta riposato, mi sarei rialzato e sarei tornato da lui.

Ovviamente ero legato alla botticella che il vetturino non aveva intenzione di trainare fino a casa.

Non sapevo che cosa fare: non riuscivo a rialzarmi, avrei avuto bisogno di mani sapienti e gentili; non riuscivo neppure a riposarmi in quella posizione, così decisi di girarmi su un fianco, cosa che fece rovesciare anche la botticella.

Ora ero ancora più scomodo di prima, mezzo sepolto da una parte della botticella e con le stanghe che mi ferivano il fianco.

Non sapendo che altro fare, nitrii.

Fu un errore madornale.

Vennero dei ragazzotti, mi sciolsero dalla botticella che si portarono via, guardandosi le spalle quasi stessero commettendo un delitto.

Nitrii ancora, non perché stessi peggio di prima (almeno non avevo più la botticella che mi impediva ogni movimento e mi feriva), ma perché speravo che succedesse qualcosa di bello: in fondo nella mia vita non era mai accaduto e speravo che questa potesse esser la volta buona.

Vennero degli ubriachi che mi presero a calci e tentarono di farmi rialzare, sgomitandosi e ridendo delle battute di uno di loro “Sai quante bistecche?”.

Non capivo neppure che cosa fossero quelle “bistecche”, capivo però tutte le botte che mi stavo prendendo e, stanco di tutto, scalciai quasi colpendo un ubriaco che corse via imprecando.

Di nuovo solo non sapevo che cosa fare: nitrire ancora? Restarmene zitto e fermo, nella speranza che l’indomani le forze sarebbero tornate? Cercare di rialzarmi e andarmene da quell’inferno abitato dagli umani?

Mi sforzai, sapete, mi sforzai più e più volte e infine riuscii a rimettermi in piedi.

Ero un po’ traballante, vuoi per la debolezza (non avevo mangiato nulla dalla sera precedente), vuoi per tutti i maltrattamenti subiti, ma decisi ugualmente di dirigermi verso la mia stalla, almeno là avrei avuto da mangiare e da bere.

Non ricordo come, ma alla fine arrivai alla meta con le gambe che non mi reggevano più. Spinsi la porta dello sgabuzzino, brucai del fieno stantio, bevvi un sorso d’acqua e quindi stramazzai a terra, incapace di reggermi sulle zampe.

Il trambusto attirò il mio aguzzino che iniziò a sbraitare: “Dov’è la botticella? Sei riuscito a liberartene, eh?” ma quello che seguì alle urla fu molto peggio: scudisciate, calci e botte su tutto il corpo. Quell’uomo era un ossesso.

Iniziai a nitrire con tutto il fiato che mi era rimasto, tanto che dei vicini di casa scesero a vedere che cosa stava succedendo.

“La smetta di colpire quel povero cavallo, non vede che non riesce neppure a stare in piedi? Io sono un veterinario, e se lei continua in questo modo, la denuncio per maltrattamenti.”

Parole dolci come una carota!

“Se lei è un veterinario, mi dica se si può rimettere in piedi questa bestiaccia.”

Il veterinario si avvicinò, mi visitò, soprattutto le gambe, e scosse la testa: “Ho paura che non sia possibile, ormai è giunto alla frutta!”

“Frutta? Che meta è?” mi chiedevo, senza che una qualche risposta mi si chiarisse nella mente.

“E allora? Che cosa poso fare?” chiese imbestialito il vetturino.

“Beh, i cavalli vecchi e malandati, di solito vengono soppressi…” buttò lì il veterinario.

“Se lo sopprimo ho solo spese, non ci guadagno niente. Non sarebbe possibile farlo macellare? Almeno mangerò qualche bistecca.”

“No, i cavalli atti per il macello sono solo quelli allevati allo scopo…”

“Beh, ma non si può fare un’eccezione?”

Il veterinario si guardò intorno, tutti gli altri inquilini se ne erano andati, così: “Se mi lascia mano libera, ci penso io…”

“Va bene, basta che non mi costi niente, anzi ci vorrei guadagnare qualcosa, se possibile.”

“Le faccio sapere” concluse il veterinario.

Io fui lasciato solo, con un pensiero fisso in testa: il mattatoio.

Ne avevo sentito parlare dai miei consimili, e vi assicuro che non avevo nessuna voglia di provarlo per diventare bistecche (finalmente avevo capito che cos’erano).

La forza di volontà mi aiutò a rialzarmi e a uscire dallo sgabuzzino che il vetturino aveva lasciato aperto, certo della mia impossibilità a muovermi.

Andai e andai, seguendo il mio fiuto per l’erba fresca che trovai fuori delle mura cittadine. Mi servii di quella squisitezza fino a non poterne più, poi però non riuscii a proseguire: le gambe cedettero un’altra volta, e io non ce la feci, neppure con il massimo degli sforzi, a rialzarmi.

Giacqui in quel posto e pensai che era un bel posto dove morire.

Tornò il mattino e con esso gli umani.

Ma la fortuna non mi girò le spalle quella volta: una ragazza si avvicinò, mi chiese se potevo rialzarmi, scossi la testa in segno di diniego e lei telefonò. Dopo qualche tempo, un furgoncino arrivò con due ragazzi muscolosi che riuscirono a caricarmi sul mezzo.

Dissi addio alla vita, convinto di essere portato al macello, e invece giunsi proprio in questo posto, dove fui rifocillato, curato e dove sono certo che trascorrerò i miei rimanenti giorni nella più completa libertà e serenità.

Anche tra gli umani esistono persone sensibili al nostro benessere.

(dal libro Fiabe a modo mio edito in agosto 2018)