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Concorso

holmes

 

Regolamento

Ogni mese pubblicherò un racconto con protagonisti animali non umani che si fermerà poco prima del finale.
Voi dovrete trovare la soluzione che più vi convince e inviarla alla mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La storia sarà disponibile sul sito per un mese intero.
Alla scadenza, sceglierò i tre migliori finali e premierò i loro creatori con un libro della mia collana
"Le Alfabetafavole". La spedizione sarà gratuita in Italia.
La gara di fantasia è riservata a ragazzi dagli otto anni.

 

 

 

 

 

ghiro

Gherardo era un ghiro molto bello, tanto che ogni primavera molte ghirette se ne invaghivano. Lui, consapevole delle sue attrattive fisiche, ne approfittava e un numero notevole di piccoli che formavano la popolazione di quel bosco erano figli suoi.

Il nostro eroe era anche molto abile nel procurarsi il cibo (bacche, nocciole, ghiande, castagne, frutti di bosco ecc.) e possedeva una tana spaziosa nel tronco di un albero, tana che aveva foderato con foglie e muschio.

Di giorno riposava, ma, appena calava la sera, scendeva a terra e andava in cerca di cibo.

Ora avvenne che una mattina, era da poco spuntato il sole, mentre rientrava si scontrò con un bambino che correva sulle sue gambette traballanti. Egli, quando lo vide, tese le manine come per accarezzarlo, pronunciando “bello scoiattolo”, ma Gherardo fuggì e si nascose nella sua tana poco distante.

Ai piedi dell’albero, il piccolo continuava a parlare, sperando di convincere il ghiro a mostrarsi.

Fortunatamente arrivarono i genitori ai quali il figlio spiegò sommariamente l’accaduto. Essi risero e scossero la testa in segno di compatimento, come a dire che erano tutte fantasie del loro bimbo. Quando i tre si furono allontanati, Gherardo sporse la testa per controllare che tutto fosse tranquillo e sprofondare così nel consueto sonno rilassante.

La sera il nostro ghiro si destò senza sapere che quel giorno stesso avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

La notte era calata con la solita dolcezza, quando Gherardo si affacciò fuori della tana e, osservato che nessun pericolo minacciava la tranquillità del luogo, scese per andare a caccia del suo cibo preferito (i frutti di bosco). La sera precedente aveva notato un cespuglio che ne esibiva diversi ma ancora un po’ acerbi, contava che il sole del giorno precedente avesse fatto il suo lavoro e che ora essi fossero edibili.

Andò finché giunse al noto cespuglio. Si apprestava a servirsi dei succosi frutti, quando notò una coda simile alla sua che si muoveva ritmicamente. Senza alcun rumore giunse alle spalle dell’intruso al quale soffiò il suo disappunto.

 

orca

Tilli nuotava felice seguita dai suoi tre piccoli, dalle amiche Occi e Pocci (due anziane orche ormai infeconde) e dal compagno Tillo.

Stavano andando a caccia tutti insieme: avevano, infatti, individuato con il loro sonar un banco di pesci abbastanza grossi da soddisfare le loro esigenze alimentari.

Giunti silenziosamente sul luogo, partirono all’attacco con una nuova tecnica che avevano studiato da poco: accerchiare i pesci in sei, mentre il settimo mangiava. Quando il settimo era soddisfatto, lasciava il posto a un altro membro della famiglia, di modo che tutti potessero, a turno, sfamarsi.

Una volta soddisfatti i loro bisogni, il gruppo si allontanò nuotando verso il largo. Ogni giorno compivano lunghi tragitti, vuoi per la curiosità di visitare luoghi sconosciuti, vuoi per esigenze materiali: non avrebbero potuto vivere sempre nello stesso luogo, altrimenti avrebbero distrutto le loro riserve alimentari.

Mentre andavano, videro un’ombra piuttosto grande che oscurava la luce della superficie.

“Che cos’è quello, mamma?” chiese uno dei piccoli.

“Sarà senz’altro una barca pescatrice,” rispose Tilli.

“Si può mangiare?” domandò un altro piccolo.

“Certo che no!” esclamò Tilli sorridendo.

“E allora a cosa serve?” domandò il terzo piccolo.

“Per noi rappresenta solo un pericolo,” spiegò Tilli.

“Sarebbe meglio che sapessero esattamente come avvengono queste cose” si intromise Pocci.

“Se vuoi restare un po’ con Tillo, posso istruirli io i tuoi piccoli,” si offrì Occi.

“Va bene, siete molto più preparate di me su queste cose,” sorrise Tilli, allontanandosi con il suo compagno.

I piccoli erano molto eccitati: avrebbero di certo ascoltato chissà quante storie interessanti e magari anche “paurose”, si dissero, predisponendosi all’ascolto intorno alle due anziane orche.

“Bene,” iniziò Pocci. “Dovete sapere che le navi pescatrici sono molto pericolose, non solo per noi ma anche per tutti gli altri abitanti del mare. Sapete che noi orche non abbiamo predatori e quindi solchiamo i mari con una certa sicurezza. E invece è importante prestare sempre molta attenzione a tutto.”

“Sì,” intervenne Occi, “ci sono molti modi in cui le navi pescatrici possono danneggiarci. Le reti a strascico…”

“Che cosa sono?” chiese interessato un piccolo.

“Sono reti molto grandi che le navi pescatrici buttano sul fondo marino e che poi trascinano, raccogliendo non solo pesci grandi e piccoli ma anche tutto quanto si trova là sotto.”

“Il problema è che tanti pesci, tartarughe o anche orche come noi, alla nave pescatrice non interessano e sono quindi ributtati in mare, magari feriti o mezzo soffocati,” aggiunse Pocci.

“E allora noi che cosa possiamo fare?” chiese un altro piccolo.

“Dobbiamo scappare il più velocemente possibile appena vediamo l’ombra di una nave pescatrice,” suggerì Occi.

“Sì, però hai detto che hanno anche altri metodi per nuocerci,” volle sapere un piccolo.

 

orso polare

Onofrio uscì dall’acqua disperato: non aveva trovato nulla di commestibile proprio come i giorni precedenti. Niente foche, niente beluga, niente narvali, solo qualche pesciolino impossibile da acchiappare.

Lo stomaco reclamava cibo da tempo immemorabile e ormai il suo corpo stava perdendo peso in maniera preoccupante.

“Salve Onofrio,” lo salutò Olinda, la sua compagna. “Niente neppure oggi?”

“Purtroppo no. Otello mi ha invitato ad andare con lui e i suoi fratelli alla stazione di servizio degli umani: sembra che là ci siano molti rifiuti che potrebbero essere adatti a noi orsi. Vuoi venire anche tu? potresti trovare qualcosa per i piccoli.”

“Loro hanno meno problemi di noi: li sto ancora allattando. Comunque vengo molto volentieri. Non sarà pericoloso avvicinarci agli umani? Sai che i loro bastoni di fuoco ci possono uccidere.”

“Sì, lo so, ma se non corriamo qualche rischio, moriremo di fame…”

“Per quando è programmata la partenza?”

“Oggi tra un paio di ore. Ma ti fidi a lasciare soli i piccoli?”

“No, con tutti gli affamati che circolano, non vorrei che fossero sbranati da qualche orso disperato. Ma, del resto, che posso fare? Se li portassi con noi, potrebbero impedirci la fuga in caso di pericolo. Tu che cosa suggerisci?”

“Non saprei. Però forse sarebbero più sicuri con noi.”

“Non mi fido di Otello: è sempre stato un orso aggressivo, e i suoi fratelli magari lo sono anche di più.”

 

caneprocione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Buon giorno Tanu. Come ti senti oggi?”

“Bene, Nuki. È passata mia sorella per informarmi che anche lei è incinta.”

“Che bella notizia! Quindi partorirete insieme?”

“No, lei ha qualche giorno di ritardo, comunque entrambe saremo mamme in maggio.”

Nuki si stende ai piedi della sua bellissima moglie, le lecca la testa e cerca di scaldarla con il suo corpo: si vede molto bene che ne è innamorato.

“Meno male che noi cani procioni siamo monogami. Mi spiacerebbe dover dividere il mio Nuki con qualche altra,” pensa Tanu, orgogliosa di avere un marito tanto affascinante che l’ha conquistata con un feroce combattimento, nonostante la sua specie sia molto pacifica. Infatti, le uniche lotte avvengono per conquistare la propria femmina.

“Vieni, cara, “ propone Nuki. “Ho trovato un posto in riva al fiume, dove vive una colonia di rane abbastanza grande da soddisfare i nostri bisogni. Soprattutto per te che porti in seno i nostri piccoli.”

 

volpe e piccoli e1462694798368

Si guardò intorno, entrò furtiva nella tana, si girò e si affacciò all’apertura per controllare di nuovo che non ci fossero presenze estranee, quindi, con un sospiro si adagiò sul suolo ricoperto di erba soffice e iniziò a spingere.

Uno, due, tre, quattro volpacchiotti si agitarono ai suoi piedi: erano splendidi.

Valentina iniziò a leccarli e, quando furono tutti perfettamente puliti, li spinse verso le mammelle per la prima poppata.

Valerio arrivò proprio in quel momento, guardò la scena con interesse e depositò ai piedi della sua amata un ratto.

“Per te, Valentina, devi essere in forze per allattare i nostri piccoli. Stasera, con il buio, riuscirò a fare di meglio. Ora mi metto davanti alla tana per evitare che qualcuno ti disturbi. Stai tranquilla, nessuno oltrepasserà questa soglia.”

Mamma volpe sospirò: quando Valerio era accanto a lei, tutto le pareva semplice.

Le giornate avevano tutte il medesimo svolgimento: durante l’allattamento, Valerio era di guardia, quando invece Valentina era libera, lui se ne andava a caccia.

In quel periodo le prede erano abbondanti, tanto che papà volpe decise di sotterrare ciò che non era possibile mangiare (lo stomaco delle volpi è piccolo rispetto al corpo e quindi esse non possono alimentarsi con abbondanza come fanno, ad esempio, i cani).

 

riuscirà Assinzia

Correva Assinio per quanto glielo permettevano le gambette frenate dal suo carattere pacifico.

Poi si arrestò: “Che cosa penso di ottenere con tutto questo spreco di energia?” si chiese. “In fondo, se continuo a correre, arriverò stanco e non saprò neppure spiccicare una parola, se invece tengo la mia solita andatura tranquilla, arriverò con le idee più chiare su quanto ho intenzione di dire.”

E così fece: rallentò la sua andatura, riprese fiato e si calmò. Ebbe anche il tempo di pensare al discorso che intendeva tenere alla sua amata Assinzia e proseguì di buon grado e umore.

Verso fine mattinata giunse al pascolo, dove si trovava Assinzia con gli asini del suo branco.

Assinio si aggregò al gruppo, scambiando raglietti di gradimento per l’ottimo pasto che stava consumando.

La capobranco, una femmina anziana e molto grassa, a un dato momento gli si avvicinò chiedendogli: “Che ci fai qui? Da dove vieni? Non ti ho mai visto da queste parti.”

“Oh, scusa se non mi sono presentato prima. Mi chiamo Assinio. Sono già passato da queste parti circa un mese fa per lavoro (accompagnavo una carovana di persone che volevano scalare il monte qui dietro) e mi sono innamorato a prima vista di una componente del vostro gruppo. Così oggi sono tornato per parlarle e sapere se il mio amore è corrisposto.”

“Ah davvero? E chi sarebbe, di grazia, quest’asina?”

“Da quello che ho capito la volta scorsa, credo che si chiami Assinzia. È quella laggiù con la croce nera sul dorso.”

“Ma quella è mia figlia. È vero si chiama Assinzia, ma è promessa sposa a un lontano cugino che stiamo aspettando in questi giorni. Quindi te ne puoi tornare a casa: Assinzia è già impegnata.”

“Posso almeno scambiare due parole con lei? Poi me ne vado, promesso.”

“Va bene. Assinzia, vieni, cara, vieni qua da me. Questo è Assinio. È innamorato di te e vorrebbe parlarti. Gli ho spiegato che sei già promessa, quindi che non ci siano storie. Intesi?”

Cornelia la cornacchia se ne andava gracchiando a più non posso in cerca del suo compagno, Cornelio.

Incontrò invece una vicina di nido, Cocchina, che le chiese:

“Che cosa sta succedendo, perché sei così agitata?”

“Sto cercando Cornelio da un po’ e non riesco a trovarlo. Tu l’hai per caso visto?”

“Sì, l’ho visto che era con uno dei vostri figli al quale stava insegnando il metodo di rubare le uova nei nidi degli altri uccelli.”

“Ah bene, ero veramente preoccupata. Ora torno al nido e li aspetto là. Grazie Cocchina. Buona giornata.”

“Figurati. Stai tranquilla ora, vedrai che saranno presto di ritorno.”

Mi chiamo Lucia e sono una giovane iguana con un mantello verde brillante e due occhioni neri e languidi che hanno fatto impazzire d’amore il mio Igor con il quale mi sono sposata (piaceva molto anche a me, soprattutto la cresta che nobilitava la sua testa.).

Abbiamo cercato a lungo il nostro nido d’amore che, finalmente, è stato fissato su un albero con rami trasversali molto comodi per gli spostamenti.

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